
11 maggio 1849.
Gli austriaci sono ormai alle porte della nostra città. Ripenso
a ieri sera. Ero con un amico ed il mio vecchio fucile. Un fucile in
due, perché non siamo soldati. Abbiamo entrambi un lavoro ed una
famiglia e quando la nostra città si è ribellata al
potere del Granduca ci siamo armati come potevamo, un fucile in due,
appunto, che portiamo un po' per uno… Ieri sera, dicevo, abbiamo
sentito dei rumori. Pensavamo fossero gli austriaci, ma invece erano
altri livornesi. Alcuni li conoscevamo pure.

Stavano
scappando nell'unica direzione possibile, il mare. Prendevano le loro
barche e si allontanavano per paura dell'esercito
austriaco. Dicono che arriveranno in 20.000. Io ed il mio amico ci
chiedemmo se dovevamo farlo anche noi, come ho detto abbiamo famiglia e
avremmo potuto portare in salvo anche loro. In quel momento
arrivò il “gatto”.
Venne deciso verso di noi. Non si preoccupava di chi scappava, ci
chiese solamente come andava la ronda. “Bene”, gli
risposi io. “Bene” rispose lui. Non aveva paura, sapeva che
avrebbe combattuto fino alla morte per la difesa della sua città
e dei suoi ideali, anzi, dei nostri ideali, perché da quel
momento io ed il mio amico capimmo che non saremmo fuggiti come
gli altri.
I primi scontri
Stamani ed oggi pomeriggio abbiamo avuto alcuni piccoli scontri con

l'esercito
austriaco. Il primo vicino al mare, il secondo sul Voltone. Abbiamo
fatto dei piccoli attacchi a sorpresa ed ogni volta siamo fuggiti. Ne
abbiamo uccisi alcuni, ma sono veramente molti e quando si muovono
fanno davvero paura. Si muovono tutti insieme, mantenendo la formazione
in modo perfetto. Aspettano l'ordine per sparare, anche se noi lo
stiamo già facendo. Quando sparano loro, tutti insieme, chi si
trova davanti non ha scampo. Utilizzano fucili moderni, con le capsule,
non come il mio vecchio fucile a pietra focaia, che ogni tre o quattro
colpi fa cilecca.!! Adesso sono alle porte della nostra città.
Hanno moltissimi cannoni e sono molto grandi. Sparo con il mio vecchio
fucile, che Ogni tanto fa cilecca. Sparo soltanto io, perché il
mio amico è stato ferito mentre cercava di lanciare una pietra
contro di loro. Sparo, ma nella confusione non capisco nemmeno se
colpisco qualcuno, e poi sono così tanti che forse non
farebbe nemmeno differenza.......
Quello che mi fa paura sono i cannoni. Sono più dei nostri e
sono più grossi. Un colpo di cannone apre una breccia in Porta
San Marco. Gli austriaci entrano. Gli spariamo tutti contro ma loro
entrano. Sono così tanti che non è possibile fermarli.
Non sono più uomini, è un fiume che ha passato un argine
e che non può essere fermato. Scappiamo. Ho il fucile in mano ma
non ho tempo di fermarmi a caricarlo.
Gli austriaci marciano ad un ritmo velocissimo. I loro tamburi battono
una cadenza frenetica e loro marciano a tempo. Sto correndo,
dovrei allontanarmi, ma sembrano sempre vicini. Trovo una barricata, mi
metto dietro, carico il fucile più veloce che posso: strappo coi
denti la prima parte della cartuccia, metto un po' di polvere nel
bacinetto, lo chiudo, poi appoggio il calcio del fucile in terra, metto
il resto della polvere nella canna, inserisco la carta, poi la
pallottola, estraggo la bacchetta, premo più volte, estraggo e
rimetto a posto la bacchetta: sono pronto! Carico il fucile e sparo.
Cilecca. Carico nuovamente indietro la pietra focaia, guardo nel
bacinetto. La polvere c'è. Riprovo a sparare. Ancora cilecca.
Carico ancora. Premo nuovamente il grilletto. La pietra vola via. Ho
sbagliato, dovevo assicurarmi che fosse strinta bene, maledizione alla
foga… alla paura… Guardo in terra ma è buio. Se
fossi un soldato forse ne avrei una di riserva, ma sono solo un uomo
comune, un uomo con un vecchio fucile.
La resa
Gli austriaci passano la barricata, getto il fucile a terra, alzo le mani e mi fanno prigioniero.

Non
capisco quello che dicono, ma seguo la direzione che mi
indicano. Non mi stanno portando in una prigione o nel loro
accampamento, mi stanno indicando un muro. Il cuore mi scoppia nel
petto, il sudore si fa freddo e le gambe tremano da sole: non
sarò loro prigioniero, verrò fucilato sul posto.
Non vedo più il mio amico, il fucile. Quello che mi preoccupa di
più è che non so nemmeno cosa accadrà alla mia
famiglia. Vedo Enrico Bartelloni, detto il gatto. Non ha paura, sa
che ha difeso le sue idee e la sua città.
Nemmeno io ho più paura. Siamo stati sconfitti, ma i livornesi
hanno dimostrato di essere gente che non si piega alla
volontà dei nobili e sono sempre pronti a combattere i soprusi.
Tra un attimo tutto il mondo non esisterà più per me.
Vi prego, fate in modo che quello che è successo in questi giorni non venga dimenticato. Antonio
testi di Antonio De Zio de “La Vergine di Ferro” Rievocazioni Storiche - foto Fabio Marcaccini