
C’ero
anch’io quella notte. Sono arrivato al porto tra i primi,
scocciato perché dopo una giornata da cronista al Tirreno
speravo di andarmene a casa. Invece arriva il vicedirettore:
“Mi hanno detto che una bettolina si è incendiata
al porto. Vai a dare un’occhiata, vedi tu”. Chiamo
le ambulanze ed i vigili del fuoco, come sempre fa il cronista, come
centinaia, migliaia di volte ho fatto per 25
anni. Sono vaghi i pompieri ed i volontari tacciono: brutto segno. Vuol
dire che qualcosa è successo e sono stati diffidati a
parlare. Bisogna proprio andare sul posto. Arrivo sulla banchina dove
c’è un gruppetto di persone, una Volante della
polizia e qualcuno della capitaneria di porto. Cerco notizie sicure. In
Capitaneria non si entra. Il Comandante si annoda la cravatta dietro la
vetrata: anche lui era smontato dal servizio. “Niente,
niente, per ora non si può dire nulla”. Escono i
rimorchiatori, escono squadre di soccorso. Passano i minuti e la
mezz’ora. Fa anche freddo e quasi quasi rientriamo in
macchina, io ed il fotografo che intanto ho fatto venire.
“…sì, si è incendiata una
bettolina…”. “…No, forse
è una nave più grossa”.
“…E’ una nave grande, una petroliera che
è finita contro la bettolina che navigava a luci
spente…” . Se ne dicono tante in questa strana
sera di primavera. Il cielo è scuro. Sembra che poco fuori
dal porto ci sia nebbia: “E’ quella che ha
provocato il disastro…”. E’ un freddo
strano. Tutto è strano stasera; eppoi ho fame, anche sonno,
sono stanco. “Pare impossibile ma quando succede qualcosa
è sempre quando sei in queste condizioni”. Mi
avvicino alla Volante. “Ciao Nunzio, come stai?” Il
poliziotto abbassa appena il vetro, mi riconosce anche se non ci
vedevamo da anni. Allaccio subito la conversazione, stupida come non
mai anche perché ho l’orecchio alla radio di bordo
ma devo fingere di non sentire e dedicarmi alle stupidaggini che stiamo
dicendo, del tipo “…ricordi quando eravamo
piccoli?... che risate quella volta…che paura
quell’altra… e mamma? Babbo?”. Il
capopattuglia torna dalla capitaneria. “Chiudi
Nunzio”. C’è nuovo movimento in
banchina.

Ecco altra gente,
funzionari del porto, questura, guardia di finanza. Non perdo di vista
Nunzio: sta scuotendo la testa. Poi se la prende tra le mani. Apre un
po’ il finestrino: “In fiamme
c’è un traghetto…”. Intanto
arriva una delle motovedetta di soccorso: corriamo col fotografo verso
gli uomini avvolti nelle coperte. “Sì, sono il
capitano della petroliera Agip Abruzzo…”.
Dà la sua versione dei fatti. E’ stato lui a dare
l’allarme. O almeno il suo allarme è stato sentito
dagli operatori a terra.
"...May
day, may day, Moby Prince siamo in fiamme May day..."
L’appello disperato dell’operatore radio del
traghetto lo sentiamo solo ad una delle tante udienze che dovevano
portare alla verità sulla tragedia che si sta consumando a
poca distanza dal porto. Ma quelli del Moby quando li portano a terra?
Nessuno risponde. Stiamo lavorando”. A quanto pare quella
palla di fuoco che gira su sé stessa è anche
difficile da individuare. O almeno così si dice sul momento.
Intanto sono arrivate le televisioni. “Una domanda al
cronista locale: in pochi mesi avete avuto incendi sulle colline eppoi
un nubifragio. Ora questo scontro in mare? Che sta accadendo a
Livorno?” “Mah, forse la Madonna di Montenero non
ci vuole più aiutare” dico al microfono scocciato.
Ed il collega televisivo a microfono spento: “Ma che risposta
mi dai?” “E te che domanda mi fai?” Poi
ecco un’altra motovedetta: “Viene dal traghetto,
viene dal Moby. Finalmente. Quando tempo ci hanno messo. Ora sapremo,
ora sapremo”. Mi butto in prima fila col fotografo. Scende a
terra un uomo che pare fuori di sé. Mai visti occhi del
genere. “Scatta, scatta ora la foto che si è tolto
la coperta dal viso. Il flash illumina quegli occhi ed anche lo scatto
bestiale verso di noi del mozzo Bertrand: un’immagine che
passa alla storia di quella sera. Per fortuna lo trattengono. Poi
riprende l’attesa: ma quando arrivano gli altri? Fa ancora
più freddo. I vetri della Volante sono appannati; non riesco
a sentire cosa dice la radio. Ma per fortuna il capopattuglia esce.
Nunzio apre un attimo il vetro: “Non arriverà
più nessuno. Sono morti tutti”. Ora è
il gelo davvero. Si tratta di organizzarsi, cercare una barca per
arrivare sotto bordo del traghetto in fiamme, trovare notizie, ancora
notizie. Ora arrivano tutti, anche gli altri colleghi. Io devo correre
al giornale per scrivere la prima edizione. Altri seguiranno i fatti
sul posto, almeno per il tempo necessario a
scrivere. Perché poi torno e passo la notte sulla
banchina. A

respirare
quell’aria di morte, a cercare notizie
per ricostruire una verità mai trovata in tanti
anni fatti di processi, supposizioni, teorie di bettoline che
viaggiavano a luci spente per rubare la benzina dalla petroliera, di
attentatori, di irredentisti sardi, servizi segreti, carichi di
esplosivo, depistamenti, bugie, perquisizioni e sabotaggi. Ed ancora
miliardi bruciati in perizie, comitati e contro comitati, commissioni,
veri e falsi esperti. Aneddoti macabri: qualcuno avrebbe
brindato con lo champagne recuperato nei frigo del Moby Prince. Alla
salute di chi?