
Quando
il 28 marzo 1577 viene posta la prima pietra delle mura cittadine non
si crea il nucleo urbano di Livorno, ma piuttosto viene dato l'avvio
alla costruzione di un grande sistema fortificato. Il tanto celebrato
Ferdinando I dei Medici non ha intenzione di costruire, almeno
all'inizio, una nuova città, ma piuttosto intende provvedere di
un sistema di difesa quello che diverrà uno dei più
importanti porti del Mediterraneo. Il granduca ha la necessità
di creare un presidio sulla costa che oltre ad agevolare l'accesso al
mare possa contenere un sufficiente numero di magazzini e depositi. Per
questo fa realizzare da Bernardo Buontalenti una cerchia di mura dalle
dimensioni spropositate con l'intento non solo di dare un segno di
potenza ma anche di avere lo spazio sufficiente a contenere la
costruzione delle strutture necessarie alla vita dell'attività
portuale e dei suoi scambi. Quindi il porto di Livorno diviene il
balcone della potenza medicea sul Mediterraneo e in breve tempo anche
il punto d'ingresso di una enorme quantità di beni, cose di ogni
natura e qualità tra cui anche beni artistici e monumentali.
Questi sono giunti nei musei fiorentini dopo essere stati
sbarcati nei moli della nuova città e poi trasportati per via
acqua fino ad andare ad arricchire il capoluogo del granducato. E'
utile soffermarci su questo passaggio e riflettere di quanto ci sia di
storico nell'attuale trasferimento dei turisti che arrivano sulle
nostre banchine e sono poi trasbordati in città dell'entroterra.
Ironia della sorte è poi, il fatto che tale trasferimento
avviene ancor oggi seguendo un percorso stradale o ferroviario che
è vicino al tracciato della vecchia via fluviale dell'Arno e dei
suoi affluenti. Il nostro porto viene quindi creato per divenire il
più importante centro di passaggio del centro Italia, un luogo
dove negozianti e commercianti provenienti da molti Paesi stranieri
trovano la possibilità d'incontrarsi.

Il
cosmopolismo che il governo fiorentino impone alla nuova città
agevola il fiorire dell'importazione, lavorazione e ridistribuzione di
merci e tra queste molti generi alimentari. Il più antico tra
questi è il grano, un bene di grande importanza economica e
strategica che giunge a Livorno dalle terre dell'entroterra e
attraverso le navi olandesi anche dai Paesi del baltico e della
Turchia. Una volta giunto in città, il grano viene conservato in
quelle che vengono chiamate Buche del Grano, cioè dei veri e
propri cavedi, scavati nel terrapieno dei bastioni aventi una
profondità stimata di diversi metri e la sezione simile a quella
di una grande giara con le pareti foderate in mattoni. Periodicamente
tutto l'interno della buca viene rivestito con trecce di paglia del
diametro di 15 cm. con lo scopo di diminuire il grado di
umidità. In questo modo è possibile conservare il grano e
le altre granaglie addirittura fino a sei anni, avendo però
l'accortezza di stenderlo all'aria almeno, due volte all'anno.

La
buca viene chiusa da un pesante tappo in pietra che avendo notevoli
dimensioni non permette l'intrusione d'insetti e il fuoriuscire di
cattivi odori. Tali accortezze non sono però sufficienti a far
perdere al grano quello che i cronisti dell'epoca chiamano "sapore di
buca". All'inizio le buche vengono scavate nell'area delle due fortezze
della città, in quanto luoghi vigilati, ma poi visto il crescere
della quantità di grano da immagazzinare, la pratica dell'uso
delle buche del grano si estende su tutto il territorio urbano. In
particolare merita una menzione il più grande tra tutti i
depositi, quello scavato all'interno del cosiddetto Piaggione dei
Grani, tra la Fortezza Vecchia e il quartiere della Venezia Nuova, che
nel 1700 denuncia di avere 140 buche del Grano. L'architetto Luigi
Bettarini nell'800 incrementa la portata del piaggione portandone la
capienza delle buche fino a 500 equivalente a una capacità di
300.000 sacche di grano. Tutto questo grano e granaglie non serve solo
al consumo interno ma viene utilizzato anche per la produzione di
derivati come le gallette fatte dal 1780 dai Walzer sugli scali delle
Macine e ai Bougleaux per i loro molini a Vapore sugli scali delle
Cateratte. Proprio per agevolare il trasporto e l'immagazzinamento del
grano vicino alle due grandi fabbriche, nel 1832 vengono costruiti i
primi magazzini del grano in muratura, un grande isolato che ancor oggi
si trova sugli Scali Cerere che però è servito all'uopo
solo per poco tempo. La soppressione dei benefici doganali e l'arrivo
del trasporto su rotaia fanno presto ad annullare i benefici di avere
un così grande deposito lontano dalla banchine del porto.

Nel
1573 alcune navi inglesi scaricano nel porto di Livorno, centinaia di
merluzzi, barili di pesci e aringhe avviando il commercio del pesce
conservato che determina la costruzione di nuovi magazzini e rivendite
di cui la più rilevante in tal senso è la Pescheria
Vecchia costruita vicino alla piazza del Villano nella Livorno Vecchia.
Si tratta di un grande negozio all'aperto di pesce pescato sulla costa
ma non manca nemmeno il pesce di acqua dolce e il 16 ottobre 1672 sui
banchi di questo mercato si tenta di vendere anche Anguille di
Fucecchio, Lucci e Tinche. Lo smercio di un crescente numero di derrate
deperibili pone l'accento sul modo di conservarle e il mezzo a cui si
ricorre è quello usato da secoli e cioè il sale; per
questo Ferdinando I dei Medici costruisce, tra il 1608 e il 1610, i
Magazzini del Sale che poi Cosimo III amplia occupando lo spazio
originariamente destinato a deposito per l'olio. Si tratta di una
grande costruzione, di cui oggi rimane solo una parete a fianco della
caserma della Finanza, che ha il beneficio di essere vicino allo scalo
e di essere facilmente controllabile in quanto vicinissima all'Arsenale
delle Galere. Livorno, in quanto città di porto è come
tutti gli altri approdi un luogo dove tradizionalmente è diffuso
l'uso di vino o liquori di alta gradazione e la presenza massiccia di
mercanti, capitani e marinai inglesi ha portato alla produzione e
diffusione, con un relativo successo, della birra tanto da consentire
nel 1602 l'apertura della prima fabbrica di birra. Tradizione questa
che continuerà attraverso la produzione di altre fabbriche fino
ad arrivare alla nota De Giacomi.
Riccardo Ciorli