
La
volta scorsa vi ho accompagnato a -80mt, alla franata del Ginepro.
Stavolta ci immergeremo alla “Secca dei Coralli”,
Capo Poro per intendersi, nella parte dell’isola
d’Elba che interessa il tratto di mare di fronte alla costa
che va da Marina di Campo verso Marciana. Qui, una volta arrivati con
l’imbarcazione al punto ‘X’,
raggiungeremo la profondità di -52 metri. Quindi
più facile, potreste subito pensare. Seee... Ma per niente.
E ora scoprirete anche ilperché. Siamo in barca, nel tratto
di mare sopra indicato. Prima di tutto, ora, c’è
da trovare la secca ed ancorare in prossimità di questa. La
nostra bussola è in azione. La prua della barca si dirige
verso sud sud-ovest. Ci allontaniamo dalla costa di circa 500 metri. Il
faro di Capo Poro è alle nostre spalle. Ci allineiamo
all’antenna del monte Perone e alla mezzeria della vallata
sottostante. Riferimenti visivi: sul lato opposto a Capo Poro, una
parete la cui forma ricorda una mitra e per questo denominata Roccia
del Vescovo; sotto di questa, la prima casa fuori
dell’abitato di Marina di Campo. Iniziamo così a
sondare il fondale per individuare il ‘cappello’
della secca, la parte più alta e meno profonda. Ecco, ci
siamo. Siamo sulla “Secca dei Coralli”:
l’ecoscandaglio segnala la profondità di -36
metri. Gettiamo l’ancora e subito c’è da
controllare quella frenesia che ci vorrebbe vedere tutti velocemente in
acqua. Ma prima c’è da preparare le
ultime cose con la massima dovizia. Bombola di riserva calata a -9
metri. Bombolino di ossigeno sulla barca: ok; telefonata preventiva al
più vicino centro di soccorso in mare; ultimi controlli
all’attrezzatura personale da parte di ciascuno di noi e...
via. All’indietro, ci lasciamo scivolare in acqua. Il nostro
supporto che resta in superficie, ci passa le Nikonos, ben cariche e
pronte a ‘sparare’ scatti a ripetizione e...
l’immersione ha inizio. I primi metri per effettuare le
necessarie manovre di compensazione dei timpani e della maschera e poi
giù, verso il fondo, a paracadute

per rallentare il
più possibile la nostra discesa.
Qui, tutto intorno a noi, verso il Cappello della Secca, posto
già ad una discreta profondità,
c’è solo acqua, limpida, ma solo acqua; nessun
punto di riferimento. Siamo circondati e avvolti da questo blu, nel
silenzio più totale. Si continua a planare verso il basso e
si ha come la sensazione di volare. Metro dopo metro raggiungiamo la
parte alta della secca. Troviamo ad attenderci una targa deposta alla
memoria di un compagno subacqueo tedesco, quale monito per dissuadere
tutti a trattenersi troppo sott’acqua, a dilungarsi tra uno
scatto e l’altro, ammaliati dal fascino tentatore del mondo
sommerso. A volte la negli genza e l’incoscienza rendono i
tempi proibitivi per una corretta risalita in sicurezza. Già
così ci attende una risalita impegnativa.
Certo che la visione della secca, in duce in tentazione: meravigliosa,
che altro dire. Completamente ricoperta da paramuricee, tra i cui
ventagli si possono osservare ancorati le uova deposte dai gattucci. E
poi, gigli di mare, tantissimi; mentre nuvole di castagnole rosse
nuotano e si muovono intorno. Tentatori. Faccio qualche scatto e mi
riadeguo subito al briefing pre-immersione e al gruppo. Si deve
scendere ancora: la nostra meta di oggi è la base della
secca a -52. E lo spettacolo non cambia. Tra i numerosi anfratti che si
osservano ora, scendendo lungo il fianco della secca, si scorgono
far capolino dalle tane, grosse aragoste dalle lunghe antenne,
mentre altre escono più decise, quasi come affacciate al
loro balcone naturale per rivendicarne la proprietà. Qualche
altro pesce, zig-zagando si allontana veloce da noi, mentre pesci
cappone e scorfani, non sembrano curarsi troppo del nostro passaggio.
Se ne restano lì, immobili. Si scende ancora e il fondale si
fa promiscuo, tra il sabbioso e il melmoso. Siamo sul
fondo... a - 52 metri. Qui si trovano in quantità ricci
melone, ricci corona, ricci saetta. Difficilmente ho trovato scenari
simili in tanti anni di immersioni all’Elba. Qualche centro
di fotosubacquea davvero non me lo posso perdere. Siamo passati da
quell’azzurro che metteva quasi soggezione a questa festa di
colori. E come per Cenerentola, anche la nostra festa è
finita. E’ scoccata la nostra mezzanotte e, senza fuggire
via, iniziamo a risalire seguendo le indicazioni dei nostri computer,
che ci mostrano le tappe e i tempi di decompressione ai quali
scrupolosamente attenerci. Quando riemergiamo ci rendiamo conto di
esserci ‘sparati’ ben 26’ di deco.
Personalmente ritengo che l’immersione a Capo Poro,
unitamente a quella del Ginepro e
di Fonza, rappresentino una ‘storia
diversa’ per il subacqueo rispetto alle tante immersioni che
usualmente si possono fare.

Già
il poterle affrontare,
significa saperle affrontare, quindi di per sé gratificanti
per il bagaglio tecnico non indifferente conseguito e
l’esperienza. Ma ciò che più
ti premia, è il rapporto che dopo queste immersioni, senti
di aver instaurato con il mare. La natura che osservi e il
contesto dove tutto si svolge: l’elevata
profondità, il silenzio più assoluto, il
blù più avvolgente che ci sia. Qui si crea una
Storia d’Amore tra il sub e il Mare. Qui ti senti parte
integrante dello stesso, lo fai tuo per poi portarlo sempre nel cuore,
anche nelle piovose giornate invernal, magari anche in un ufficio dalle
pareti tappezzate di sue fotografie, dove ogni tanto alzare lo sguardo,
fissarle per attimi interminabili per poi... Riprendere il
lavoro.
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