I bombardamenti distruggono la città
Scoppia l’inferno su Livorno. Tonnellate di bombe piovono sulla
città dagli aerei americani. E’ questo l’anno che
cambia l’Italia, come è scritto in un libro. E Livorno
scompare in gran parte. Alle 10 di quel 28 maggio suona
l’ennesimo allarme aereo. La gente corre ma senza convinzione in
quelli che dovevano essere dei rifugi, ovvero scantinati sotto palazzi
che al massimo potevano proteggere dalle schegge della contraerea o dai
mitragliamenti. Si crede che ancora una volta sia un falso allarme o
che si tratti dell’annunciata esercitazione prevista proprio per
quel giorno a quell’ora. Invece stavolta è tutto vero. La
città viene in gran parte distrutta, lo sarà totalmente
nei 126 bombardamenti che, nel corso dei mesi, seguiranno quello del 28
maggio. L’Anic è incendiata ed il cielo si tinge di nero
del fumo della raffineria colpita. Il porto è devastato ed in
serata salta in aria, malgrado mille sforzi, una nave carica di
esplosivo. Quando i bombardieri se ne vanno la popolazione si riversa
in strada: inizia la triste storia dello sfollamento nelle campagne
più vicine. La nostra famiglia, cinque persone, trova rifugio a
Monterotondo nella villa Maurogordato o per meglio dire in una stanza
vicina alla chiesina della villa.
Dal primo giugno la villa viene occupata dal Comune che l’aveva
Presa in consegna dopo che il conte Rodocanacchi, proprietario, era
emigrato in Grecia. Il Comune mette su una mensa per i dipendenti che
arrivano sul posto dai vari luoghi di sfollamento. Si mangia quel che
c’è, un po’ di minestra calda e a volte un piatto di
patate o di altre verdure. Intanto le vicende interne alla nazione e
sui campi di battaglia vanno sempre in peggio.
Dalla caduta del fascismo alla Repubblica Sociale
Il 25 luglio cade il fascismo e Mussolini, arrestato, viene sostituito
dal maresciallo Badoglio. Ma la guerra continua. L’8 settembre
viene firmato l’armistizio e da questo momento è veramente
il caos, in Italia e nella villa dove sino a quel momento
trascorrevamo, compatibilmente col periodo di guerra, una vita se non
altro serena. Dal 9 settembre cominciano gli assalti della popolazione
ai depositi militari (Stillo: Baracche di Collinaia).
In centro vengono sfondati i negozi. Ricordo “Mandosio”
negozio di calzature di via Grande con le porte scardinate e la scia di
scarpe perse da chi depredava, lunga fino al porto. Poi arrivano i
tedeschi che iniziano a presidiare i punti strategici della
città ed a sparare su tutti quelli che creavano problemi. Il 28
settembre, dopo essere stato liberato dai tedeschi, Mussolini proclama
la nascita della Repubblica Sociale.

Contemporaneamente
la villa Maurogordato dove ha sede il Comune, viene occupata dai re
pubblichini comandati dal Commissario prefettizio che spadroneggia in
tutta la provincia con la protezione dei tedeschi. Anche i militi della
Guardia nazionale repubblicana vengono a mensa. Noi sfollati dobbiamo
abituarci alle loro, diciamo con un eufemismo, spavalderie. Tipo
fare il tiro al bersaglio sulle aquile in marmo e altre statue della
villa. Mio padre, ultimo dei vigili urbani rimasti, un giorno protesta
perché ci sono di bambini ed il “giochino” crea
pericolo: lo considerano ben poco e, per la verità, gli portato
rispetto proprio perché è in divisa. Un’altra
volta, sempre per fare il tiro a segno, con una raffica di mitra
buttano giù un camino e per poco ci scappa il morto: chiesero
scusa. Ma poi quando, sempre in quelle settimane, il servizio mensa
è in ritardo, per protesta un gerarca scaglia una bomba a mano
contro la baracca della cucina: anche lì la fortuna aiuta i
presenti e nessuno rimane ferito. Un giorno però è
tragedia. Due di quei militi si siedono al tavolo della mensa, in mezzo
a tutti noi. Iniziano a discutere. Poi, ad un tratto, uno estrae la
pistola e, praticamente a bruciapelo, spara in fronte all’altro
che muore sul colpo. L’assassino scappa. C’è
un’inchiesta, per quello che era possibile fare in quei tristi
giorni di caos totale ma non porta a niente. Dopo una settimana
l’omicida torna da solo. Si siede tranquillamente a tavola,
mangia la sua minestra poi, con altrettanta flemma tira fuori la
rivoltella e si spara un colpo in testa: morto anche lui. Nessuno di
noi sfollati ha mai saputo o voluto sapere qualcosa di quella storia.
Del resto la morte era all’ordine del giorno. In quel periodo
nella villa muore un’altra persona, un impiegato comunale che
durante uno scontro tra gli aerei americani e le batterie da 88
tedesche che erano dietro la villa, vuole uscire dai sotterranei dove
ci nascondevamo in cerca di protezione perché soffre di
claustrofobia. Una scheggia gli frantuma la testa: lo soccorriamoquando finisce il bombardamento.
Ma non c’è nulla da fare. Poi arrivano gli americani
grazie all’intervento del Comitato di Liberazione Nazionale,
nascosto nelle nostre case di sfollati alla furia tedesca e
repubblichina. I dirigenti livornesi con mio padre ed io che facciamo
da guida nei boschi di Monterotondo, raggiungono le truppe alleate ai
Cinque Lecci e comunicano che la strada è finalmente sgombra. La
villa viene occupata ma al Comune ed agli sfollati è concesso di
restare.
Soldati, "segnorine" sbornie e scazzottate

I
soldati si comportano molto bene e, al sabato organizzano feste nelle
baracche che hanno costruito nel grande parco. Ci sono soldati e
“signorine“, scazzottate e risse. Una sera uno tira fuori
il coltello e l’altro la pistola: sono entrambi ubriachi e si
feriscono solo lievemente. Ma la loro sorte è segnata
perché vengono mandati per punizione a combattere nel Pacifico:
pochi mesi dopo abbiamo saputo che sono morti entrambi in
combattimento. Tempi brutti, terribili. Anch’io mi sono trovato
coinvolto in un brutto episodio. Una sera da una delle baracche viene
fuori un soldato di colore con in braccio un neonato che strilla, un
bimbo avuto da una “signorina” che glielo aveva portato
sperando di essere sposata. Il nero, ubriaco fradicio, barcolla fino
alla fontana dicendo che deve dare da bere al bimbo. Noi siamo nel
giardino a prendere un po’ di fresco. Mia madre gli grida che in
quel modo avrebbe ucciso il piccolo. E lui le si rivolta contro,
buttando il neonato per terra. A quel punto intervengo e dico di farla
finita. Tra l’altro conosco il soldato, un bravo ragazzo quando
non beve. Non mi riconosce e sta per balzarmi addosso. Gli mostro il
coltello che, come ognuno di noi in quei tempi, avevo in tasca. Lui,
per fortuna, si prende paura e se ne va brontolando dopo aver raccolto
il bambino. Il giorno dopo, quando è sobrio, ricorda solo che
l’ho minacciato col coltello. E fin quando non rimpatria non mi
rivolge più la parola. Destino vuole che l’ultima vittima
per morte violenta della villa sia uno dei suoi vecchi proprietari, il
conte Maurogordato, ormai solo, in miseria ed incapace di adattarsi a
quel nuovo mondo che sta nascendo, si spara un colpo di pistola.