
Ma
vi siete mai chiesti, cari ponciaioli incalliti od occasionali, che
cosa ci fa quella scorzetta di limone nella vostra bevanda preferita?
No? Male, siete un po’ superficiali, vi basta tracannare e
bruciarvi le budella. Sì? E’ già qualcosa ma
scommetto che non sapete la risposta. E volete conoscerla da noi. Ok,
siamo pronti ad accontentarvi ma vi avverto che rimarrete stupiti.
Ordunque, per svelare il giallo del limone nel ponce bisogna andare un bel po’ indietro negli anni.
I Traffici con gli inglesi
A quando, siamo verso il diciassettesimo secolo, cominciavano a fiorire
i traffici mercantili con l’Inghilterra. Tempi duri e di pirati
che cantavano “quindici uomini sulla cassa del morto… e
una bottiglia di rum”. Il rum a bordo era il toccasana per ogni
cosa: curava lo scorbuto, il mal di mare, la malaria ed il giramento di
scatole. Siccome se ne beveva in abbondanza, i comandanti delle ciurme
pensarono bene di diluire il liquore-toccasana con del thè,
bevanda che agli inglesi non mancava. E nel thè che cosa ci
vuole? Bravi, la scorzetta di limone. Ma, e il nostro ponce? Pronti:
quando i marinai inglesi cominciarono a frequentare il porto di
Livorno, nell’ambito degli scambi culturali, di lingua, usi,
costumi, donnacce di porto e qualche coltellata, i livornesi
assaggiarono quella bella becalda che facevano a bordo, a base di rum,
thè e limone.Se ne innamorarono e decisero di importarla nella
città labronica.
Ma il thè, ahimè era molto difficile da reperire. Il
caffè invece no, visti i lucrosi traffici intrapresi da tempo
con la terra della Mezzaluna. Così uno degli elementi del ponce
viene sostituito: restano gli altri due, rum e limone. Ed ecco il
nostro ponce. Soddisfatti? Gli increduli possono provare la vecchia
ricetta a base di thé: noi
l’abbiamo fatto e dobbiamo dire che l’esperimevanda nto ha
dato gradevoli
risultati.
.
Buona bevuta da un bevitore di ponci della prima ora, ovvero da quando
“Ir Civili” aveva la bottega nel quartiere Fabbricotti.
Il bar civili in via del vigna
Quante volte ad ognuno di noi sarà capitato, dopo una bella
mangiata di pesce, magari di vero cacciucco, prendere e con
l’allegra comitiva recarsi al Bar Civili, in via del Vigna. Qui,
in un locale che trasudalivornesità da tutte le parti, aperto
dalle 8 del mattino fino all’una dinotte, il ponce è
sempre stato di casa. Bellissimo allora prendere gli amici, specie se
di altri posti e portarli ad assaggiare “ ‘na ‘osina
”, della quale andar tanto fieri come se fosse fatta con le
nostre mani.
Il ponce, miscela di caffè, rum, scorza di limone, zucchero e
l’ingrediente top secret, è tramandato in famiglia di
generazione in generazione. In qualche zona di Livorno è
chiamato anche torpedine perché dà una botta di calore
impressionante. La soglia del Bar Civili certamente è stata
varcata un po’ da tutti, livornesi e non, indipendentemente
dall’età, dal sesso, dalla cultura e dal ceto
sociale.
.
Questo locale storico appare come una galleria d'arte spontanea per le
sue pareti così quasi totalmente nascoste da quadri, per lo
più tele di Macchiaioli. Vi sono appese opere di pittori
labronici come Filippelli, Lega, Domenici, Romiti e tanti altri ancora,
tutte messe in ordine sparso, quasi alla rinfusa oseremo dire, ad
accrescere ancora di più il fascino di questo
luogo. F.M.